Il fregio di Enea

Esposte per la prima volta cinque delle dieci tele di Dosso Dossi, che ricordano il viaggio nel Mediterraneo descritto da Virgilio nell”Eneide’

 

Erano scomparse. Svanite per secoli. Irrimediabilmente. E, invece, pian piano sono ricomparse, ma almeno finora, non tutte e dieci. La riscoperta si è fermata a quota sette. Cinque sono nuovamente riunite nell’esposizione allestita alla Galleria Borghese di Roma con il riferimento, ‘Dosso Dossi. Il fregio di Enea’ e curata da Marina Minozzi. Le opere dell’artista ferrarese, realizzate fra il 1518 e il 1520, abbellivano ed esaltavano il Camerino d’Alabastro del duca Alfonso I d’Este nell’attuale città emiliana. La reunion per l’annuncio urbi et orbi è stata agevolata dalla collaborazione con il ‘Louvre’ di Abu Dhabi, con il Museo ‘del Prado’ di Madrid e con la ‘National Gallery of Art’ di Washington e con un collezionista privato romano.
I dipinti sono ispirati all”Eneide’, il “poema di Publio Virgilio Marone dedicato al viaggio nel Mediterraneo di Enea verso il litorale del Lazio e Roma”, in particolare al primo, secondo, terzo, quinto e sesto libro. Alla Galleria, immersa nel grande ‘polmone’ verde della capitale di Villa Borghese, sono ammirabili ‘Il viaggio agli Inferi’, ‘La peste cretese’, ‘Giochi siciliani in memoria di Anchise e fondazione di una città di Sicilia’, ‘Arrivo dei troiani alle isole Strofadi e attacco delle Arpie’, ‘La riparazione delle navi troiane’ e ‘La costruzione del Tempio di Venere a Erice e le offerte alla tomba di Anchise’, che originariamente era una sola composizione. Le mancanti riguardano ‘Enea e la Sibilia sui Campi Elisi’ segnalato alla ‘National Gallery of Canada’ di Ottawa e ‘Arrivo dei troiani sulle coste libiche e giochi siciliani in memoria di Anchise’, rintracciabile al ‘Barber Institute of Fine Arts’ dell’inglese Birmingham. Le realizzazioni sono della stessa altezza, ma non uguali nella lunghezza. Quattro misurano quasi 185 centimetri e le altre intorno ai 168 centimetri.
Per anni le tracce da seguire sulle opere di Dosso Dossi erano ispirate da una pubblicazione del 2010, “importante e illuminante”, in quanto “è il catalogo del 1856 della collezione privata che il pittore neoclassico spagnolo e direttore ‘del Prado’ José de Madrazo teneva a Madrid, da cui risulta il possesso di tutte le tele. Madrazo aveva soggiornato a Roma fra il 1803 e il 1819, proprio nel periodo della grande dispersione della collezione-Borghese e di altre raccolte della nobiltà romana. È molto probabile che abbia acquisito i dipinti di Dosso in quegli anni direttamente dalla famiglia o, forse, attraverso un intermediario. Il catalogo è di eccezionale importanza per la comprensione del fregio di Dosso sia per illuminare e ricostruire almeno parte della vicenda che per la descrizione dei dieci soggetti con riferimento al poema di Virgilio. Sul catalogo erano riportate anche le singole dimensioni”, ha scritto Peter Humfrey, ex docente di Storia dell’Arte all’Università di Saint Andrews, la più antica della Scozia e la terza nel mondo anglosassone essendo stata fondata nel Fife fra il 1410 e il 1413 da Henry Wardlaw.
A Roma la pregiata composizione di Dosso Dossi erano arrivate con il cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, nipote dell’allora Papa Paolo V, nel 1608, secondo la rilevazione storica. E fino agli ultimi anni del Settecento erano elencati, anche se in modo sommario e impreciso, negli inventari della collezione della famiglia Borghese. Nel periodo 1998-1999 erano state riviste solo tre realizzazioni, che erano conservate a Birmingham, in Inghilterra; ad Ottawa, in Canada e a Washington, negli Stati Uniti, tanto da dubitare sul completo ritrovamento e, addirittura, sul numero, una dozzina come i libri. E, dopo, quasi inaspettatamente, la veloce ricomposizione con altre quattro tele, una in possesso di un collezionista privato della capitale e le altre a New York, nella raccolta di Hester Diamond, scomparsa nel gennaio del 2020.
Dosso Dossi, in realtà Francesco di Niccolò Luteri, ha un anno di nascita incerto, 1468 o 1469 e probabilmente anche la località, San Giovanni o Tramuschio. Nel 1531 le prime indicazioni sul nome dopo che il fratello minore età stato riconosciuto come Battista Dossi. Ha avuto contatti, fra gli altri, con Tiziano e Michelangelo e oltre che con la corte degli Esti ha avuto rapporti artistici anche con i Della Rovere, per i quali ha affrescato la Villa Imperiale di Pesaro nel 1530 e con Bernardo Cles, a cui ha decorato una ventina di ambienti del Castello trentino. È scomparso a Ferrara nel 1542.
La Galleria Borghese con questa iniziativa ha concluso l’iter iniziato nel 2021 sul paesaggio per allargare e ampliare l’orizzonte della ricerca sul viaggio soprattutto in merito allo sguardo degli artisti stranieri sull’Italia. Alla mostra è associato il catalogo curato da Marina Minozzi e pubblicato da Electa Editore. 108 le pagine arricchite da una cinquantina di illustrazioni e con la scrittura in italiano e in inglese. L’esposizione, ‘Dosso Dossi. Il fregio di Enea’, può essere ammirata fino al prossimo 11 giugno alla Galleria di piazzale Scipione Borghese, dal martedì alla domenica, fra le ore 9 e le ore 19.

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