Il nucleare (ri)torna

Dibattito sulla fonte energetica sospesa in Italia dopo un paio di referendum. I giovani più interessati alle sollecitazioni del Governo per favorire l’autosufficienza nazionale

L’inseguimento per avvicinare l’autosufficienza energetica nazionale ed evitare l’utilizzo della maggior parte delle fonti fossili importate a pagamento da altri paesi ha (ri)portato di estrema attualità una risorsa da tempo dimenticata, ignorata dagli osservatori e opportunamente scansata dalle forze politiche e collegata al nucleare. La situazione geopolitica caratterizzata soprattutto dal conflitto fra Russia e Ucraina e dai pericolosi movimenti in altre aree del pianeta continua a non rendere stabile la fase di approvigionamento anche se il nostro Paese non sembra soffrire particolarmente per i rifornimenti, ma, di più e in modo evidente, per gli incessanti adeguamenti dei prezzi, naturalmente in alto.
Le sollecitazioni a (ri)aprire alla soluzione per decenni abbandonata sono soprattutto collegate all’evidente volontà del Governo, che è parso estremamente compatto in tutte le componenti; al cambio generazionale della pubblica opinione, maggiormente possibilista, almeno a seguire i dati raccolti nelle ormai molteplici ricerche promosse per monitorare gli umori del Paese; all’avanzamento della ricerca, la quale, a sentire gli esperti, propone progetti tecnologicamente innovativi adottati da altre nazioni; alle esperienze delle imprese italiane maturate in questi anni in altre zone e ai continui investimenti, oltre 110 miliardi di euro e alla necessità di integrare le fonti produttive per raggiungere i target fissati dall’Unione Europea per il 2030 e per il 2050 con l’obiettivo di una decarbonizzazione beneficio per l’ambiente.
La stagione dell”inverno nucleare’ sembra percorrere i passi sul viale del tramonto come, fra l’altro, testimoniato dai continui tam tam dei ministri dell’ attuale Esecutivo e dalla crescente frequenza degli appuntamenti, convegni, incontri e confronti organizzati sulla nostra penisola.
Doppio quello proposto nell’ambito della programmazione ‘Intelligence Week’, che per la quarta stagione ha posto come interesse comune, ‘Nucleare, si può fare?’, raccogliendo prima a Milano, nella Sala ‘Pirelli’ dell’Agenzia ICE di corso Magenta e, poi, a Roma, in un suggestivo e storico spazio della Banca Finnat di Palazzo Altieri, gli approfondimenti dei rappresentanti delle realtà accademiche, delle imprese, della ricerca e delle istituzioni con l’intervento di tre ministri, delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini; dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Riportati in ordine di apparizione.
Il responsabile del dicastero di via Cristoforo Colombo ha ricordato “l’aumento delle iscrizioni ai corsi universitari di Ingegneria Nucleare e che gli stessi giovani hanno contribuito a modificare lo scenario e adesso c’è meno ritrosia a parlare di questa soluzione in un paese non produttore, ma consumatore. L’attenzione è rivolta alla sicurezza che con le nuove tecnologie è stata positivamente sviluppata”. Il ministro Urso ha rivelato che “l’Italia era leader nella disponibilità di energia prodotta in quattro centrali. L’Italia dopo i referendum si è fermata, ma non gli altri paesi che hanno continuato, rafforzandosi. In questa legislatura contiamo di mettere le basi per le inaugurazioni da programmare, probabilmente, nella prossima”. Ancora più esplicito e deciso il Vicepresidente del Consiglio, che ha richiamato l’attenzione sull’importanza “di uscire dai pregiudizi e dall’ideologia per un ‘rinascimento’ energetico utile al Paese, alle imprese e ai cittadini, con un sistema di approvigionamento sicuro, economico, costante e non inquinante. In sette o otto anni sarà possibile passare dalla progettazione alla produzione e al relativo utilizzo. È meglio avere a disposizione più soluzioni, alternative, ma complementari, in grado di diversificare e di essere integrabili”.
Governo unito sulla (ri)proposta nucleare, che interessa anche la ricerca e lo sviluppo dell’imprenditoria. Massimo Beccarello del Coordinamento Energia e Ambiente della Confindustria ha alzato il velo “sui costi di realizzazione degli impianti”; Alessandro Marangoni di Althesys ha ricordato “l’importanza delle rinnovabili”; la senatrice Silvia Fregolent ha rilevato che “con l’innovazione tecnologica potrebbero essere riutilizzate le vecchie scorie”; Nicola Monti di Edison ha ipotizzato “l’installazione di strutture modulari non particolarmente invadenti” e Carlo Massagli di Sogin ha ribadito la necessità di dover predisporre “un deposito nazionale per ‘tombare’ le pericolose vecchie scorie e anche le nuove provenienti dal settore sanitario”.
A sospendere l’attività del nucleare in Italia sono stati i risultati di un paio di consultazioni popolari datate 1987 e 2011. Il primo referendum abrogativo era stato fissato l’anno successivo all”incidente’ di Chernobyl e l’altro poco dopo la drammatica vicenda della struttura giapponese di Fukushima Dai-Ichi. Erano quattro le centrali operative sulla nostra penisola, a Caorso, la più grande, in provincia di Piacenza; a Garigliano, territorio di Caserta; a Latina, la prima ad entrare in funzione nel 1963 e a Trino Vercellese, in Piemonte.
All’inizio dell’attuale legislatura il parlamentare Alessandro Cattaneo è stato il primo firmatario di un documento a favore del ripristino del nucleare contando sul mai sopito interesse della scienza e delle aziende e per “creare una conoscenza collettiva nella pubblica opinione”. E sarebbero stati i giovani a trasformare lo scenario, in quanto, secondo Riccardo Grassi della SWG, attualmente sarebbero meno condizionati “ideologicamente e favorevoli a essere informati su pregi e rischi, in particolare se spingesse al ribasso le bollette domestiche dell’energia”. Insomma, dai dati della ricerca il 75% vorrebbe essere coinvolto nella conoscenza di questo sistema, ancor di più se l’installazione avvenisse lontano dalla propria residenza”. In linea generale il nucleare fornisce energia continua senza emissioni inquinanti, ma prevede alti costi iniziali con l’uranio solitamente non rinnovabile anche se di lunga durata, produce pericolose scorie e, in caso di ‘incidente’, sarebbe fatale. In Europa, però, sarebbero un centinaio le centrali e molte sono attive in Francia, paese confinante e le dannose emissioni in caso di problemi non conoscono confini.

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