Vent’anni dopo

Decreto-Ronchi. Bilancio da quel 1997. Per la prima volta l’idea di rifiuti come risorsa

Intuizione. Programmazione. Visione. Lungimiranza. Quattro termini, che potrebbero essere di più, ma anche di meno, da mettere in fila, come fosse un gioco di un periodico enigmistico. Alla fine quel che più conta è il risultato. Prima parziale, ogni anno. A questo punto è possibile tracciare un bilancio. Positivo.
Da quel 1997, stagione del varo in Italia della prima normativa in merito al settore dei rifiuti voluta e firmata dall’allora ministro dell’andamento ambientale Edo Ronchi, la situazione si è naturalmente evoluta. La regolamentazione, nota anche come decreto-Ronchi, prevedeva una diversa gestione degli inutili scarti, da raccogliere e ammassare per tipi e categorie. All’epoca, raccolta differenziata e riciclare, praticamente non significavano un bel nulla, il vuoto assoluto. Teoria e il niente. Tutto il sistema era da costruire. Da allora, pian piano, gli spazi sono stati riempiti, come i contenitori di varia dimensione e tonalità per facilitare la separazione dei materiali. All’inizio il vetro, la carta, la plastica e, poi, gli altri. Dopo vent’anni di avanzamento sono oltre quindici. Tutto può essere raccolto, lavorato e reimmesso commercialmente sul mercato a vantaggio dell’ambiente, in quanto meno rifiuti finiscono nella comune discarica e dell’economia, perché nel tempo sono state create imprese e posti di lavoro.
Edo(ardo) Ronchi, 67 anni, originario di Treviglio, Bergamo, è stato ministro nei governi di centro-sinistra guidati prima da Romano Prodi e, poi, da Massimo D’Alema, dal maggio del 1996 all’aprile del 2000. È stato più volte parlamentare oscillando fra l’altro, da Democrazia Proletaria ai Verdi Arcobaleno, dall’Ulivo ai Democratici di Sinistra. Nel giugno del 2013 è stato nominato subcommissario del Governo per il risanamento ambientale ed economico dello stabilimento dell’Ilva di Taranto. Dal settembre del 2008 è presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.
Andrea Fluttero, alla guida della FISE UNIRE, l’Unione Nazionale delle Imprese del Recupero, nel corso della giornata promossa per illustrare l’ottavo Rapporto ‘L’Italia del Riciclo’, ha consegnato ad Edo Ronchi l’ingrandimento della copia della Gazzetta Ufficiale dov’era stato pubblicato quel rivoluzionario decreto legislativo numero 22 del 1997.
L’importante appuntamento è stata anche l’occasione per approfondire la continua e costante trasformazione dell’inutile rifiuto multilaterale a risorsa
da riutilizzare. A questo ha pensato Marco Botteri di Ecocerved. Il nostro Paese è diventato un’eccellenza nel recupero, nel corretto smaltimento e nel riciclaggio, leader in Europa, anche fra i maggiori industrializzati. Per fatturato e valore aggiunto l’Italia è sostanzialmente alle spalle delle sole Francia e Germania e ha ormai raggiunto i limiti fissati dall’Unione Europea per il 2020 nella stragrande maggioranza dei materiali.
In questi vent’anni sono nate migliaia di imprese specializzate, oltre 10.500, che offrono lavoro ad almeno 33 mila persone. Sono state create nuove professioni e s’è notevolmente allargata nella pubblica opinione la coscienza e la conoscenza ambientale. L’importanza di salvaguardare e riutilizzare le risorse, anche più volte, è testimoniato dalla crescente quantità di raccolta differenziata. Il nostro Paese, comunque, viaggia ancora a più velocità, doppia, tripla. In alcuni comuni la raccolta differenziata è ancora a livelli imbarazzanti e, in altri, non è addirittura iniziata. Amministrazioni comunali che incassano indennità annuali dai vari consorzi per la raccolta differenziata, in modo, in qualche situazione, da alimentare gli anemici bilanci.
Due/terzi delle imprese gestiscono i rifiuti come attività principale e la maggior parte negli ultimi dieci anni hanno visto salire il rispettivo giro d’affari.
In questo doppio decennio la normativa ha disciplinato le varie attività, la tecnologia ha contribuito per le soluzioni innovative di ogni fase, la gestione dei rifiuti si è strutturata come un vero e proprio settore industriale e il mercato delle materie prime seconde ha trovato spazi e sbocchi e opportunità commerciali per soddisfare la richiesta manifatturiera affiancando produttivamente gli acquisti di quelle originali.
E se vent’anni fa non ci fosse stato quel decreto che guardava oltre l’orizzonte conosciuto o voluto, forse anche raccogliendo le soluzioni e le esperienze degli altri paesi? Allo sviluppo hanno pensato le brillanti ed evolute iniziative delle imprese italiane.

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